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Questi monti non sono mai stati visitati con tanto treno (L'archivio a casa 4)


L’ingegnere granducale Giuseppe Salvetti (1734-1801), immeritatamente quasi caduto nell’oblio, nel 1777 viene inviato sulle cime dell’Appenino dove corre la linea del confine settentrionale del Granducato di Toscana, fra Regno di Sardegna e Ducato di Parma. Il granduca Pietro Leopoldo di Lorena vuole definire con esattezza quali siano i confini del suo Stato.

Da Comano, ai piedi dell’Alpe di Camporaghena, il 6 agosto 1777, l’ingegnere scrive a Federigo Barbolani di Montauto, che si trova su un altro fronte, a Chiusi in Val di Chiana, dove si sta animatamente discutendo con la delegazione del papa per stabilire i confini a sud, fra la Toscana e lo Stato della Chiesa.

Salvetti commenta dapprima le notizie che gli vengono dal fronte delle Chiane e passa poi a raccontare dell’incarico affidatogli da Pietro Leopoldo, nel suo “primo giorno di riposo”.

Un folto corteo di persone, da qualche giorno, sta percorrendo strade impervie, non senza qualche imprevisto. Gli alti funzionari dei duchi di Parma (l’ingegnere Filippo Regalia) e di Savoia (i “Turinesi” Pietro Graneri, avvocato generale nel Senato, il conte Pio Vidua, l’ingegnere militare Saverio Belgrano di Formolasco) sono compagni molto piacevoli e non disdegnano di organizzare un lauto pranzo nel punto più alto del percorso. Ed è così che le trattative, che duravano da alcuni secoli, trovano finalmente una soluzione.

[...] Appena che fui quivi giunto mi convenne leggere ed esaminare un ammasso di fogli. Quindi portarmi più volte a riscontrare la faccia del luogo camminando per strade alpestri ed al massimo segno scoscese e, finalmente, frammischiare tali incumbenze con più scritti e con molti congressi e ragionamenti.

Fuori della stanchezza, niente mi è accaduto di male, nonostante una gran caduta che io feci con il cavallo, essendo ruzzolato giù con esso per molte braccia da un altissimo balzo [...].

Le sessioni per l’esame della questione sono state continue e si è inoltre fatto un accesso con tutti. Pareva un distaccamento militare il nostro seguito, per il numero grande delle persone a cavallo e di quelle a piedi che ci accompagnavano con qualche soma di equipaggio.

Questi monti non sono mai stati visitati con tanto treno ed in particolare perché, sulla più alta cima dei medesimi, cioè sulla vera e propria sommità dell’Appennino, che si doveva appunto esaminare, il Commissario di Sardegna fece un lautissimo trattamento di un pranzo a tutti , con uno sfarzo veramente regio.

[...] credo che dopo la risposta, ciascheduno ritornerà alla propria capitale. La ragione di questa partenza nasce, non solo perché sulla faccia del luogo non vi sarebbe da far altro, ma ancora perché non ostante tante magnificenze siamo tutti al massimo segno annoiati di questo soggiorno.

Noi stiamo in una profonda valle rinserrata da altissimi monti, sicché non vi è niuna veduta estesa. Le strade sono pessime e le abitazioni consistono in case di poveri alpigiani. Per dare il maggior comodo come conveniva ai Forestieri, a noi è toccato il più distante ed il peggior quartiere che vi fosse. Io poi ho una camera a cui salgo per una scala a pioli, ov’è una finestrina che non ha che la sola imposta, ma tutto questo potrebbe passarsi se non vi si trovasse, a motivo delle divisioni e pavimento di tavole mal commesse, una quantità immensa d’incommodissimi insetti che mi tormentano giorno e notte.

Ciò serve per sempre più [a] persuadersi che da per tutto vi è del buono e del cattivo.

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Il luogo del corteo è raffigurato in un dipinto di Ilario Spolverini con il Congedo della regina Elisabetta Farnese al Passo Cento Croci (1720-1721) conservato presso i Musei di Palazzo Farnese di Piacenza

 

Questi monti non sono mai stati visitati con tanto treno (L'archivio a casa 4)