I Documenti
Le carte Burali che si descrivono sono quelle prodottee e conservate da un ramo della famiglia giunto all'estinzione nel 1729; sono confluite nell'archivio Barbolani a seguito del matrimonio, nel 1738, di Clarice Ricoveri, figlia di Francesco Maria e di Barbara Naldi, con Francesco di Ulisse Barbolani da Montauto.
Clarice, appartenente a una delle famiglie di primo grado della nobiltà aretina, era destinata a ereditare nel 1740 un fidecommesso proveniente dalla famiglia di origine, e precisamente dallo zio, fratello del padre, Adriano di Claudio Ricoveri, cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano, e ricevette alcuni lasciti testamentari da parte di Bernardino di Francesco Burali - deceduto il 29 marzo 1729 - che aveva sposato la zia Olimpia di Claudio Ricoveri, nominata nel testamento usufruttuaria della maggior parte dei beni del marito. Olimpia, a sua volta, faceva testamento nel 1738 in favore della nipote appena sposata al Barbolani. Pertanto le carte relative al ramo dei Burali che si estingueva con Bernardino, probabilmente rimaste nella sua residenza aretina, nonché un nucleo di carte Ricoveri, confluirono, insieme ai beni ereditati, in casa Barbolani (testamento di Clarice Ricoveri Barbolani in favore del figlio Francesco Ulisse, 1761).
La peculiarità del Fondo Burali è rappresentata dalla presenza di un cospicuo nucleo di atti in pergamena, costituito da 106 tra pergamene arrotolate e alcuni quaderni, datati dal 1199 al 1680 - trovati separati dal resto delle pergamene confluite nel Diplomatico Barbolani - cui vanno sommate sette pergamene inserite tra queste ultime durante il riordino tardo-settecentesco dell'archivio. Il tutto per un totale di 126 tra contratti notarili, sentenze, decreti e diplomi, in numero superiore alla numerazione archivistica, e ciò perché alcuni piccoli nuclei di pergamene, in una fase successiva alla loro produzione, anche se di epoche diverse, furono cuciti insieme. Pertanto la distribuzione degli atti in pergamena - che forniscono le notizie più antiche sulla famiglia, a partire dal 1303 - è la seguente: una del sec. XII (1199), 2 del sec. XIII (1224-1269), 38 del sec. XIV (1303-1396), 44 del XV (1400-1492), 18 del XVI (1503-1586), 23 del sec. XVII (1601-1680).
Per quanto riguarda gli atti patrimoniali su supporto cartaceo così come le lettere si tenga presente che, alla metà dell'Ottocento, i documenti dell'archivio principale e quelli dei fondi aggregati furono fatti confluire in un'unica sequenza cronologica, spartiti nelle tradizionali serie degli archivi familiari: Onorificenze, Testamenti, Compravendite, Livelli, Atti matrimoniali, Obblighi economici, Atti beneficiari, Estimi, Cause, Conti e ricevute, Lettere, Affari diversi ed estranei. In ultima posizione degli Affari diversi si trova la cassetta "Affari diversi della famiglia Burali", organizzata in 15 fascicoli che ripropongono approssimativamente le serie dell'intero archivio: Onorificenze (dal 1528), Testamenti (dal 1568), Compravendite (dal 1595), Lettere e Miscellanee. Diverse carte, specialmente quelle utilizzate per attestare la veridicità delle volontà testamentarie che confermavano i Barbolani eredi di parte del patrimonio Burali, si trovano distribuite all'interno delle serie dell'archivio generale.
Queste carte appaiono il residuo di un fondo archivistico più ampio. Così, delle scritture contabili, chiamate all'epoca "libri di scrittura", non è sopravvissuto che un solo volume contenente registrazioni di conti di fattoria che vanno dal 1699 al 1709. Il fatto che esso sia segnato con il n. 54 permette di ipotizzare la dispersione di vari registri di epoca precedente: ciò vale soprattutto se si considera anche il ruolo sociale ed economico svolto da alcuni dei Burali nel corso del Quattro e Cinquecento in qualità di banchieri, ufficiali degli uffici finanziari cittadini, come ragionieri e camarlinghi comunitativi, ufficiali del Monte Pio, risieduti ed estratti nelle borse del gonfalonierato, ecc. e di rappresentanti e ambasciatori del Comune di Arezzo presso la Signoria fiorentina e altre istituzioni.
Testo di Elisabetta Insabato (2018)

